di Enrico Mattei
Anastasia Starovoitova instaura un dialogo continuo con il reale ma attraverso un linguaggio diverso. Un convincimento intimo e sincero, un atto d’amore che riesce a far nascere una pittura arricchita da tutte le esperienze ottenute dalla sua ricerca artistica. Quindi non un copiare ma bensì un rappresentare e fare propria tutta la lezione della storia dell’arte con gli occhi della realtà presente e vissuta, il sapere usare la luce come elemento essenziale per rivelare l’infinita differenza di stato e qualità. Illuminare quel germe che da origine poi a tutto il lavoro in cui il pittore si accinge a metter mano, un’esigenza di strutturazione spaziale dove i colori danno movimento insieme al gesto del tratto.
La luce interiore che sprigionano le persone è stato l’elemento fondamentale, “il germe comune” a cui lei ha guardato e ha capito che la sua pittura riesce ad esprimere con i colori e le forme, l’anima di chi viene raffigurato, è come l’artista vede le differenti personalità. Il non fermarsi alla superficie per entrare nella vera essenza delle persone e degli oggetti grazie a questo uso dei colori come sfondo per ogni opera della serie perché esiste una visone di realtà e simbolismo, una spiritualità interiore che riesce a dare alla sua opera, una luminosità interna alla pittura. Durante la realizzazione delle opere avviene una perdita della centralità, il racconto, molto spesso ispirato da avvenimenti reali, è affrontato da subito mantenendo una certa distanza, in modo che il fine ultimo del appena la verità ed allontanandosi premeditatamente dall’accaduto, il tutto cambia la forma. Il risultato che si avverte è un insieme abbandonato, scomposto, inadeguato, un caos lieve che nasce, invece, da un calcolo ordinato, un disordine organizzato, un’anarchia da assimilare.
Forse è tempo di fare meno rumore, infatti è un lavoro silenzioso, che bisognerebbe osservare con un po’ di raccoglimento. Un concetto che esprime un senso di fragilità, di dispersione, oggetti indifesi e sfiniti, così disgregati ed inermi da sembrare che nulla si possa più fare per loro, ma tutto è semplicemente apparente. La forza delle installazioni è invincibile e nasce proprio da questo arrendersi, proprio in questo subire attivo, è come se dicessero: “stiamo generando nella nostra completezza un’opera unica”. Il fine, diventa un enigma, le immagini sono collegamenti, è come se ci fosse un cuore, una centralità e tutto corre intorno ad un disordine organizzato che si trasforma dove non c’è possibilità di errore. L’arte è anche questo, la cura artigianale che prolunga l’esistenza in opposizione alla mercificazione diffusa.
L’artista è in piena sintonia con il punto di arrivo dell’arte d’avanguardia dell’inizio del secolo scorso che consiste nella conquista di una pittura senza alcun rapporto con la realtà esteriore, libera da ogni condizionamento di esperienza visiva; la parola astrattismo ha infatti etimologia affine al latino abtrahere e indica dunque un derivare, un estrapolare di forme dalla riconoscibile immagine del reale. Nella storia dell’arte il termine astrattismo è inteso come la tendenza artistica del Novecento che abbandona quasi completamente la riproduzione del reale per giungere alla più profonda elaborazione formale del linguaggio visivo e alla vera essenza delle cose, alla struttura più profonda delle forze della natura. L’astrattismo, praticato in diverse forme riconducibili al discorso non oggettivo proprio della tendenza, o assimilato nel suo portato culturale più generale di ricerca dell’essenza non apparente delle cose, svincolata da qualsiasi necessità di un referente che non sia l’indagine teorica o la verifica delle componenti formali del linguaggio, diventerà uno dei riferimenti cardine di molte esperienze di tutto il Novecento, dall’espressionismo astratto all’informale, dall’arte programmata e neo-concreta al minimalismo.
La ricerca di Anastasia Starovoitova esprime anche una visione romantica dell’arte, dalla pittura del romanticismo intesa come espressione di una sensibilità che si rivolta e si libera delle precedenti regole per ricercare nuove fonti d’ispirazione, in una prospettiva di sensibile soggettivismo. Questo individualismo porta a tradurre innanzitutto stati d’animo, sensazioni interiori: passione, forza, terrore, gusto del mistero e soprattutto del tragico, e amore sempre rinnovato verso una natura vivente, multiforme, generante meraviglia, timore, vertigine ma anche verso un’umanità di ricordi, esperienze vissute, emozioni e sentimenti. Il dipingere è, infatti, inteso dall’artista, da un lato, come la sensazione di cogliere nell’attimo presente la sintesi delle cose, e dall’altro, come il desiderio urgente di rinvenire l’eternità in ciò che è effimero, la perennità in ciò che è fuggente. Il quadro, quindi, non è più la registrazione di un avvenimento vissuto nella sua concretezza e materialità, bensì la registrazione di scene quasi immateriali, di sfumature fluide che si fondono in un’armonia generale; ed è cosi che le scene della nostra artista risultano attraversate da un’indeterminatezza ottica e dai toni accesi, nell’intenzionalità, da un lato di rendere la vibrazione della luce, e dall’altro di far emergere non tanto la densità, quanto la leggerezza e il carattere evanescente delle cose. La realtà esterna perde ogni potere costrittivo e riesce ad offrire possibilità infinite d’immaginazione. Tale situazione diventa così, per l’artista, una sorta d’inesauribile tastiera musicale, il motivo su cui, nel seguire il proprio cuore, è libera di improvvisare. La corrispondenza nelle tele rinvenibile fra pittura, letteratura, musica, colori, parole e suoni serve all’artista per tradurre le sensazioni avvertite dall’individuo; in tal senso, il musicista e il poeta sembrano “dipingere” ciò che sentono e il pittore suggerisce la “musica delle cose”.
